Orhan Kemal: il “signor nessuno” discepolo di Hikmet
09/04/2016 blog

di Francesca Ielpo

L’allievo di Nazim Hikmet è Orhan Kemal, pseudonimo dello scrittore turco Mehmet Reşit Öğütçü. Di Adana, conosce Nazim Hikmet nel carcere di Bursa, arrestato, come lui,  per attività sovversive di ispirazione marxista. Per lo stesso motivo, Orhan Kemal è costretto a fuggire in Siria e Libano con tutta la sua famiglia. Infatti, anche il padre, leader del Partito Popolare Repubblicano, lontano dalla politica di Kemal Ataturk, preferisce allontanarsi dalla sua terra.

Ma, riprendendo il filo del discorso da Bursa e dagli anni di detenzione, si scopre che il noto scrittore turco Orhan Kemal è incoraggiato proprio dal già celebre Hikmet ad avvicinarsi all’arte di scrivere romanzi, senza dimenticare la sua passione per il calcio e il suo passato da operaio in una fabbrica di cotone;  non riesce purtroppo a finire gli studi per via del trasferimento in Libano. Qui Orhan Kemal, nel 1949, ambienta parte del suo primo romanzo, La casa di mio padre (Elliot, pp.144, €16,50, tradotto da Fabio De  Propris).

Il romanzo prende avvio dall’incontro con il “signor nessuno”. La casa di mio padre è, appunto, la prima parte del Romanzo di un signor nessuno, costituito dalle altri quattro romanzi pubblicati successivamente: L’uccello del potere, Righe da Istanbul, Grandi e piccoli e Gemilé.

È  l’autore in prima persona che, ne La casa di mio padre, incontra il “signor nessuno”, in un caffè di Adana:

“Era immerso nei suoi pensieri, con la faccia barbuta appoggiata sulle mani a coppa. Aveva occhi celesti e una testa coperta di ricci biondi. Dopo esserci guardati per un po’, si alzo e mi avvicinò. […] Diventammo subito amici. Mi raccontò dettagliatamente la storia della sua vita molto tempo dopo, perché insistevo a chiedergli di farlo. […] Presi molti appunti mentre con entusiasmo mi narrava tutto quello che aveva fatto. Perciò dopo questo volume potrà uscirne fuori un secondo, un terzo, forse persino un quarto… Volete sapere che sta facendo adesso? Chi lo sa? Semplicemente starà arrancando nella tetra vita di un “signor nessuno”, suppongo, forse a Izmir, o a Istanbul, o persino a Van”.

Dopodiché la parola passa al “signor nessuno” che per venticinque capitoli si racconta da solo. Lo sdoppiamento dell’autore consiste nell’essere ascoltatore-protagonista. Orhan Kemal ascolta le parole di “nessuno”, e le parole di “nessuno” non fanno altro che raccontare la vita di Kemal. Autobiografia? Sì: “nessuno” come Kemal vive ad Adana, per poi fuggire in Libano con la madre, il padre, un fratello più piccolo e due sorelle. Ma ad Adana ritorna.

Da Adana al Libano il passaggio è brusco, “nessuno” come Kemal passa dalla ricchezza alla miseria.

“Lasciai a casa il pane e mi diressi verso la parte della città in cui abitava Shinorik. Era dove vivevano gli armeni poveri e il posto sembrava in rovina. Bidoni arrugginiti, muri crollati, legno marcio, un guazzabuglio di case pericolanti… Le strade strette erano coperte di fango. I maiali vagavano in branchi; i cestini dei rifiuti erano rovesciati. Bambini scalzi correvano per le strade, sguazzando nel fango, mentre le donne spettegolavano con le vicine dalla finestre aperte e in lontananza un grammofono suonava una canzone turca. Dopo aver camminato per un po’, finalmente trovai la casa di Shinorik. I miei stivali erano coperti di fango, e i tagli che c’erano facevano sì che avessi i piedi fradici”.

Ciò che la narrazione rende vivo è il rapporto tra figlio-padre, riportato da Orhan Kemal su carta in modo diretto, amaro e triste.

Si descrive una figura paterna brusca e rude, che carica i figli di responsabilità e di lavoro. Tornato a casa, “nessuno”- Kemal  ha cinque bocche da sfamare e tanta rabbia da tollerare.

“Mi svegliavo ogni mattina e, per sfuggire all’atmosfera oppressiva di casa e agli sguardi di disapprovazione di mio padre, andavo in giro per le strade. Ero in cerca di un impiego… Ma dove…? Chi avrebbe preso un ragazzino sognatore e svagato che non parlava altra lingua che la propria”

Poco dopo si legge:

“Era uno di quei giorni… Con la testa piena del sole splendente, del cielo azzurro, del mare trasparente, e degli enormi palazzi che avevo ammirato per tutto il giorno, tornavo a malincuore a casa. Mio padre era al solito posto, fra le sue pile di libri e di giornali. Non avevano ancora acceso una lampada. Nella luce del tramonto, papà sembrava un ammasso vivente di odio e di ferocia.”

D’altra parte, qualunque storia, scena descritta (gli amori sbocciati e persi, gli incontri con gli amici, i paesaggi, il mondo che  prende piede nella testa del protagonista) appare agli occhi del lettore vivida, istantanea e distruttiva.  Nazim Hikmet è lirica; Orhan Kemal è realismo.

La situazione economica della Turchia degli inizi anni ’50 non è delle migliori così come  quella di chi fugge dalla Turchia per motivi politici o personali. Le strade sono il punto d’incontro dei  bambini e di chi non desiste dal trascorrere momenti di allegra condivisione. È  a casa del padre che “ nessuno” sente il peso di una vita mediocre e ingiusta. È a casa del padre che  Orhan Kemal raccoglie con cura e ordine i suoi pensieri e, aspettando  il permesso da suo padre, scappa. Ritorna ad Adana, e lì, sacrificando ancora una volta i suoi studi, si dedica alla libertà e al calcio, e nel fondale di una realtà nera, a suo modo respira, e non a fatica.

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