Passeremo per il deserto: la nebbia sul passato del Cile
27/12/2015 blog

di Luca Onesti

Un ventenne viaggia in auto con il padre da Santiago del Cile verso il nord, ma la strada che costeggia il mare è interrotta e il tragitto deve cambiare.

 

Passeremo per il deserto è un libro che Caravan Edizioni ha pubblicato nel 2012, nella traduzione di Vincenzo Barca dell’originale cileno Camanchaca (2009), romanzo d’esordio di Diego Zúñiga.

Road story minimale, racconto in prima persona di un adolescente obeso con problemi ai denti e coi genitori separati, questo libro si dipana veloce alla lettura come la strada che padre e figlio percorrono nel loro viaggio verso il Perù. Lo stile è asettico, cronachistico. L’autore rivela ciò che c’è da rivelare sin da subito e il libro è già tutto contenuto nella prima pagina:

La prima macchina di mio padre era una Ford Fairlane del 1971 che gli regalò il nonno quando compì quindici anni.

La seconda era una Honda Accord del 1985, color piombo.

La terza era una BMW 850i blu marine del 1990, con la quale uccise zio Neno.

La quarta è un pick-up Ford Ranger, color grigio fumo, con cui stiamo attraversando il deserto di Atacama.

Il ragazzo a Santiago vive con la madre e, da aspirante giornalista munito di registratore, da un po’ ha iniziato per gioco a intervistarla. A partire da queste interviste, e approfittando del tempo che passerà con il padre, il giovane tenta di indagare e di ricostruire i tanti vuoti e le tante incongruenze della sua sua storia familiare. L’infanzia trascorsa a Iquique, nel nord del Cile, dove ora padre e figlio si fermano per qualche giorno dal nonno, la fuga precipitosa verso Santiago con la madre, che ha giurato di non voler tornare a Iquique “neanche morta”, la scomparsa dello zio, “l’incidente” per il quale era morto, la misteriosa sorte di sua cugina, che il ragazzo prova adesso invano a rintracciare.

A queste vicende irrisolte l’autore ne intreccia altre due, ispirate dalla cronaca recente. La prima riguarda l’assassinio di quattordici donne, tra il 1998 e il 2001, avvenuto ad Alto Hospicio (località menzionata nel viaggio che il libro racconta). Le donne assassinate erano per lo più povere e a seguito delle indagini che furono, secondo alcuni, poco accurate, venne condannato un uomo, “lo psicopatico di Alto Hospicio” come fu definito dai giornali, che si è sempre dichiarato innocente. Zúñiga dedicherà a questo evento il suo secondo romanzo, Racimo. La seconda vicenda invece è quella del cosiddetto “empampado Riquelme: un uomo scomparso misteriosamente durante un viaggio in treno diretto a Iquique. I suoi resti furono trovati dopo oltre quarant’anni nel deserto di Atacama e a questo episodio di cui hanno parlato molto i giornali e che è vivo nella memoria dei cileni, è dedicato il libro El Empampado Riquelme, di Francisco Mouat, che è esplicitamente indicato da Zuñiga come uno dei suoi ispiratori.

Su tutto questo cala simbolicamente la “camanchaca” del titolo originale, la spessa nebbia tipica del deserto sudamericano: una coltre di silenzio e di reticenze copre gli eventi.

La citazione posta in apertura del libro è di Richard Ford e recita così:“Ecco qui una storia di famiglia” disse Bobby. “La storia di tutto il mondo” risposi. “La storia di sempre”. La road story intima e personale, la storia di famiglia che Zúñiga ci racconta è, a un secondo livello di lettura, anche un’allegoria della storia recente del Cile, della transizione dalla dittatura di Pinochet alla democrazia, avvenuta nel 1990. E le scomparse che punteggiano la vita e la memoria del protagonista del libro, sono un richiamo ai desaparecidos delle dittature militari, alle torture, ad un passato di violenza e di orrore che il paese, e il continente sudamericano, vorrebbero poter cancellare. Facendo calare la nebbia.

Il compito difficile per la generazione di scrittori più giovani (Zúñiga è nato nel 1987) sta proprio nel dovere di ricordare, di continuare a ricostruire quello che è successo, pur non avendolo vissuto, aggiungendo tasselli nuovi ad una verità mai completa e sempre di là da venire. Compito che si deve scontrare con le reticenze e le rigidità della storia ufficiale, con una narrazione univoca, egemonica e perciò autoritaria anche quando vuole caricare su di sé il fardello del ricordo e della commemorazione delle vittime.

A questa univocità si contrappone lo stile allegorico e frammentario di Zúñiga.

È quello che il teorico letterario e critico culturale brasiliano Idelber Avelar lo ha chiamato “lavoro del lutto”, nella sua opera Alegorias da derrota: a ficçao pós-ditatorial e o trabalho do luto na América Latina, del 1999. Secondo Avelar ci sono due approcci possibili alla memoria: il primo è quello della metafora, che sostituisce il vecchio con il nuovo in maniera completa, senza residuo. Questo approccio è tipico di un modo di pensare completamente permeato dalla logica di mercato. Il capitalismo crea l’impressione di un tempo senza storia: la relazione della memoria con il suo oggetto tende ad essere, in questo caso, simbolico-totalizzante. Il secondo approccio invece segue la forma della metonimia, figura retorica che non opera una sostituzione totale, ma che tratta l’oggetto storico, l’oggetto del ricordo, come qualcosa a cui rapportarsi lasciando intravvedere in esso un’orma, una traccia della sua origine. Solo in questo secondo caso è possibile, secondo Avelar, “elaborare un lutto”.

Secondo Avelar, la letteratura di tipo metaforico e testimoniale favorisce l’ordine di idee che vede la democrazia come un qualcosa che ha totalmente rimpiazzato la violenza dittatoriale. Invece non è così: con l’approccio metonimico è possibile rintracciare nel periodo democratico di oggi le tracce di violenza della dittatura. Anzi, prosegue il critico brasiliano, la dittatura è stata la condizione di possibilità dell’attuale democrazia liberale, visto che ha soppresso i tentativi di democratizzazione radicale proposti dai governi popolari.

La letteratura di Zúñiga lascia intravvedere molte influenze, ma soprattutto è chiara quella del compatriota Roberto Bolaño, che con diversi suoi libri, prendiamo ad esempio Notturno cileno, aveva affrontato il tema dei lasciti inquietanti del passato cileno. Le voci, che si affollano nella mente del protagonista del romanzo di Zúñiga, evocano allo stesso modo, in maniera allegorica, questo passato inquietante, e si presentano come rumore di sottofondo, come dei fantasmi:

Durante il viaggio non parliamo più. È tardi. Attraversiamo il deserto tra le ombre e la nebbia. Mi avvicino al finestrino. Vedo il mio riflesso. Vedo papà. Cerco di osservare le stelle, ma non si vede niente. È la camanchaca, dice papà. Io lo guardo con la coda dell’occhio. Lui guida a centoquaranta all’ora. Chiudo gli occhi. E li vedo sulla strada, lì, stesi sulla strada. I corpi. Bambini e vecchi. In mezzo alla strada. Li vedo in mezzo al deserto, e papà li schiva, accelera e li schiva.

Fonti consultate:

Camanchaca de Diego Zúñiga, di Daniel Rojas Pachas;

23° parallelo sud: un altro Holden, di Vincenzo Barca, in appendice a Passeremo per il deserto.

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Pingback da Caffèorchidea – Letteratura è mondo - 26 giugno 2016 alle 09:47

[…] che sta facendo nella letteratura africana, dell’Est Europa e soprattutto dell’America del Sud. Se già abbiamo parlato del cileno Diego Zúñiga, basta andare a scorrere le ultime uscite di Caravan per scoprire diversi altri scrittori, in […]